SILENZIO
Pratiche per restare presenti
Non ho mai considerato il silenzio come un concetto che si perde e si contamina dell’ assenza.
Non si veste affatto di neutralità, come l’ascolto lo stesso silenzio è decisamente partigiano e non sa fare l’ospite educato, si prenderà i tuoi spazi, le tue ore e le tue certezze.
Volendo, per comunicarlo, per donarlo si attraversa e si trasmette a piedi nudi, per geografie mai scontate, senza la necessità di portarlo per panorami da home page, il suono, piuttosto, si deposita come polvere e pesa, pesa molto.
Nasce spesso ai margini delle cose, nella fessura tra due parole, nelle incomprensioni che durano e possono crepare con la vita stessa, nel respiro che precede una decisione, nella pausa che un musicista sceglie per dare senso alla nota successiva, facendo musica del tempo non suonato, del tono mancato.
Silenzio non è semplicemente il residuo del rumore: è un suolo fertile i pensieri possono essere sottili o capitali di rabbia tradotta in respiri.
Fa silenzio anche il chiasso quotidiano, memorie che si riorganizzano senza fretta, senza logica, e possibilità che si dispiegano come mappe non segnate, come aloni di sudore che vorremmo nascondere.
Quando lo seguiamo come si segue l’indispensabile, come si segue la follia del desiderio, il silenzio si mostra in registri diversi: a volte è contemplazione, lenta e densa che avvolge i contorni e ne fa angolo e cornice; a volte è tensione, tagliente come un vento, uno sguardo che squarta che spazza via parole e azioni inutili; altre volte è tregua, una stanza che trattiene il suono e lo rende più nitido, come se ogni cosa respirasse con più attenzione.
Il viaggio del silenzio non ha una sola direzione: si infiltra nelle crepe della conversazione, si nasconde sotto le scale di una casa vuota e si accomoda per legni che ogni tanto fanno schioccare la loro lingua; camminare con lui significa imparare a riconoscere i suoi punti di sosta, accettare la propria presenza in relazione ai suoi registri, a capire quando il silenzio cura e quando invece nasconde.
Dove va il silenzio?
Va verso la chiarezza quando scioglie i nodi del pensiero e lascia emergere la verità che si tace; va verso l’oblio quando rende indistinte le cose, quando si rassegna; può andare verso la condivisione, diventando un luogo comune tra due persone che non sentono il bisogno di riempire ogni vuoto, oppure può dirigersi verso la solitudine, cercando un confortevole abisso.
Il suo destino dipende dall’uso che ne facciamo, ma quasi sempre cura, e lo fa scavando, rendendoci strani quando non ribattiamo ritmicamente all’eloquio che chiede sempre risposta, che chiede sempre conferma, che pretende la certezza che ci siamo e ci saremo ancora.
Dal punto di vista letterario, descrivere il silenzio richiede strumenti smisurati: la metafora è fedele ma va dosata, perché troppe immagini rischiano di soffocare la sensazione che si vuole evocare; il ritmo del testo deve imitare cercare la rottura del respiro, lì l’ispirazione, nel mio caso, è deliziosa, un frutto dolce che gusti solo negli occhi testimoni di un felino fedele.
Frasi brevi aprono versanti di montagna e frasi più lunghe ti disperdono nel sentiero, fino a rischiare che sopraggiunga la notte dei boschi.
La stessa punteggiatura, che ho il vizio di maltrattare, diventa musica e ballerina impertinente e la scelta della voce narrativa gioca con emozione ad avvicinare o ad allontanare il lettore.
La prima persona è anziana, è saggia ed avvicina, la terza osserva da lontano, mentre i sensi collegano l’astratto al concreto: il freddo che entra da una finestra, il sapore del caffè che resta, il peso di una coperta, il fruscio delle foglie che assume la qualità di una conversazione.
Nel viaggio del silenzio la scrittura non pretende di definire ma di accompagnare chi legge verso chi scrive.
Il silenzio, infine, è una compagnia che chiede attenzione più che spiegazioni: si fa grande l’immagine e si svela la chiave del presente quanto più siamo capaci di essergli fedele.
Essere leali al proprio silenzio è una pratica oraria, un mosaico di semplicità come eliminare il superfluo, lasciare la tazza sul lavandino, curarsi delle stanze e degli oggetti per rendere il bene e la cura che loro offrono a noi.
Così il silenzio diventa misura.


